Il PADRE NARCISISTA MALIGNO di KAFKA e le sue ATROCITÀ inani

Il narcisismo maligno del padre di Franz Kafka come ha influito su di lui?

È ben noto come Kafka sia stato vittima di un padre opprimente, intransigente e castrante. Un padre con una personalità probabilmente narcisistica, certamente con manifestazioni evidentemente narcisistiche nei suoi comportamenti: severe imposizioni al figlio, atteggiamenti autoritari e intransigenti, umiliazioni nei confronti del figlio e dei famigliari, denigrazioni.

La Lettera al padre, una della maggiori opere di letteratura del 900 esprime chiaramente tutto ciò. Rivela il doloroso rapporto di Kafka con il padre, il loro dissidio a volte manifesto a volte tenuto in serbo, e può rappresentare un modo per conoscere le dinamiche dei rapporti tra figli e genitori narcisisti.

L’introduzione alla Lettera al Padre che Kafka scrisse a 36 anni di Roberto Fertonani nell’edizione Oscar Mondadori ci dice che:

Nella Praga dell’inizio del secolo, punto di incontro di tre etnie, boemi, austriaci, ebrei, e di due lingue diverse, il ceco e il tedesco, chi avesse voluto informarsi su Hermann Kafka poteva consultare la guida del telefono dove si diceva di lui: «Commerciante in mercerie, articoli di moda, chincaglierie, ombrellini, ombrelli, bastoni, cotone». Un medio borghese, dunque, di ascendenza ceco-ebraica, che dalla provincia nativa era approdato nella capitale, dove si era costruito una discreta fortuna. Grazie alla sua ascesa sociale, aveva potuto sposare, nel 1882, Julie Löwy – di condizione più elevata, appartenente alla borghesia ebraica, non sempre ortodossa; nella sua famiglia si contavano rabbini, medici, industriali”.

Franz Kafka, secondo le sue stesse ammissioni quindi: “percepiva l’inconciliabilità delle sue eredità genetiche, e riconosceva in sé più il carattere saturnino e delicato della linea materna, che non la solida volontà di emergere del lato paterno. E così ci dicono i suoi biografi più accreditati, Max Brod e Klaus Wagenbach, e non vi sono ragioni plausibili per riserve su queste convinzioni dello scrittore più discusso del Novecento. Nell’opera di Franz Kafka ricorrono con ritmica frequenza temi e motivi che toccano da vicino i suoi rapporti con il padre.

Kafka fu allievo diligente, sia al ginnasio liceo, sia all’università, dove frequentò, fino alla laurea, la facoltà di giurisprudenza. Ma la sua natura schiva, umbratile, riservata, priva di aggressività e di forza vitale, traccia presto un discrimine preciso fra lui e il padre. Il quale non apprezzava la vocazione letteraria del figlio, lo vorrebbe più intraprendente, più dotato di attitudini pratiche e di qualità professionali”.

Significativo come Kafka nella Lettera al padre si rivolga a lui usando sempre il pronome personale con la lettera maiuscola e così il pronome possessivo a lui diretto.

Ecco un significativo estratto della Lettera al padre:

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“Bastava la Tua corposità a opprimermi. Ricordo, ad esempio, che spesso ci spogliavamo nella stessa cabina. Io magro, sottile, esile, Tu vigoroso, grande, grosso. Già in cabina facevo compassione a me stesso, e non soltanto di fronte a Te ma di fronte a tutti perché Tu eri per me la misura di tutte le cose. Quando poi si usciva fuori in mezzo alla gente, io condotto per mano, uno scheletrino incespicante a piedi nudi sul tavolato, pauroso dell’acqua, incapace d’imitare i movimenti di nuoto che Tu, con buone intenzioni ma con mia profonda vergogna, non Ti stancavi di mostrarmi, allora ero proprio disperato e tutte le mie peggiori esperienze in ogni campo in quel momento concordavano spaventosamente. Era meglio quando, a volte, Ti spogliavi per primo e io potevo indugiare nella cabina e rinviare la vergogna della comparsa in pubblico finché Tu non venivi a vedere e a tirarmi fuori. Ti ero grato perché non mostravi di accorgerTi della mia angoscia, ed ero orgoglioso del corpo di mio padre. Del resto questa diversità sussiste fra noi ancora oggi.

Alla Tua superiorità fisica faceva riscontro quella spirituale. Tu Ti eri innalzato con le Tue sole forze, di conseguenza avevi una fiducia illimitata in Te stesso. Per il bambino ciò era meno evidente di quanto non lo fu per il giovane che si faceva adulto. Dalla Tua poltrona Tu governavi il mondo. La Tua opinione era giusta, ogni altra era assurda, stravagante, pazza, anormale. La Tua sicurezza era così grande che potevi anche essere incoerente e tuttavia non cessavi di avere ragione. Accadeva anche che su certe questioni Tu non avessi opinione alcuna, e allora tutte le opinioni possibili intorno a quel tema dovevano essere sbagliate senza eccezione. Per esempio insultavi prima i cechi, poi i tedeschi, poi ancora gli ebrei, e ciò non a proposito di alcunché in particolare, ma sotto tutti i riguardi, tanto che alla fine Tu solo rimanevi. AcquistasTi ai miei occhi un alone misterioso, come tutti i tiranni, il cui diritto si fonda sulla loro persona, non sul pensiero. A me, almeno, pareva così.

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In verità succedeva con straordinaria frequenza che contro me Tu avessi ragione; discorrendo era ben naturale, perché raramente si giungeva a un dialogo; ma era così anche di fatto. In questo non v’era nulla di incomprensibile: tutti i miei ragionamenti subivano la Tua greve pressione, anche quelli che non concordavano coi Tuoi, anzi, quelli soprattutto. Il mio pensiero, in apparenza da Te indipendente, era gravato a priori dal Tuo giudizio contrario; sopportare questo peso fino allo svolgimento completo e definitivo del pensiero era quasi impossibile. Non parlo qui di idee sublimi, ma di tutte le piccole imprese dell’infanzia. Bastava esser felici per qualche cosa, averne l’animo pieno, venire a casa ed esprimerlo, e la risposta era un sospiro ironico, un crollare del capo, un tamburellare delle dita sul tavolo: «s’è già visto qualcosa di meglio». Oppure: «ho ben altro da pensare, io!». O anche: «son tutte qui le tue preoccupazioni?». O invece: «e che te ne fai?». O infine: «senti che avvenimenti!». Certo non potevo pretendere che Ti entusiasmassi per ogni bambinata, mentre poi vivevi tra crucci e fastidi. Non di questo si trattava. Ma del fatto che Tu, per la Tua indole contraddittoria, infliggevi sempre e per principio al bambino simili delusioni, e così questo spirito di contraddizione si rinforzava sempre più, tanto che alla fine era giocoforza avesse il sopravvento. E questo succedeva anche se per una volta Tu eri della mia stessa opinione; le delusioni del bambino non erano naturalmente le delusioni solite della vita, ma, poiché si trattava della Tua persona che tutto informava, mi colpivano nel vivo. Il coraggio, la risoluzione, la sicurezza, la gioia per questo o per quello non resistevano sino alla fine se Tu eri contrario o se la Tua opposizione poteva essere solamente supposta: e supporla si poteva per quasi tutto quello che io facevo.

Così avveniva tanto per le idee quanto per le persone. Bastava che io mi interessassi un po’ a qualcuno – data la mia natura, non accadeva sovente – perché Tu subito, senza riguardo al mio sentimento e senza rispetto per il mio giudizio, intervenissi con insulti, calunnie, profanazioni. Persone innocenti e ingenue come per esempio l’attore ebreo Löwy dovettero subire questo trattamento. Senza conoscerlo Tu lo confrontasti, con parole terribili, che ho già dimenticate, a un insetto ripugnante; come tante volte, per persone che mi erano care, citasti il proverbio dei cani e delle pulci. Dell’attore ho un ricordo più vivo perché allora annotai le Tue critiche a suo riguardo con le parole: «Così parla mio padre del mio amico (che non conosce) solo perché è mio amico. Potrò sempre rinfacciarglielo quando lui mi rimprovererà mancanza di amore filiale e di gratitudine». Mi è sempre stata incomprensibile la Tua assoluta mancanza di sensibilità per la sofferenza e l’onta che sapevi infliggermi con le Tue parole e giudizi; era come se Tu non avessi idea del Tuo potere. Anch’io certamente Ti ho offeso più di una volta con le parole, ma sempre rendendomene ben conto; mi addoloravo, pur non potendo dominarmi, di non poter richiamare la parola, che già pronunciando rimpiangevo. Con le Tue parole seguitavi invece a flagellarmi; di nessuno avevi compassione né durante la flagellazione né dopo, di fronte a Te uno era completamente indifeso.

Ma tutto questo era il Tuo sistema d’educazione. Credo che Tu possegga la vocazione dell’educatore; applicata a un uomo della Tua specie l’educazione come Tu l’intendi avrebbe certo potuto giovare; egli avrebbe riconosciuto la ragionevolezza di quel che gli dicevi, non si sarebbe curato d’altro e avrebbe fatto tranquillamente ciò che doveva. Per me, bimbo, tutto quello che mi ingiungevi era senz’altro un comandamento divino, io non lo dimenticavo mai, rimaneva per me il mezzo ideale per giudicare il mondo, innanzi tutto per giudicare Te; e qui Tu fallivi completamente. Quando, bambino, mi trovavo con Te, specialmente durante i pasti, mi istruivi soprattutto sul modo di comportarsi a tavola. Quello che compariva sulla mensa doveva esser mangiato, non era permesso parlare della bontà dei cibi – Tu però li trovavi sovente immangiabili e li chiamavi «buoni per le bestie»; la «cretina» (la cuoca) aveva rovinato tutto. Mentre Tu, grazie al Tuo gagliardo appetito e al Tuo amore della rapidità, mangiavi tutto bollente e a grossi bocconi, il bambino doveva affrettarsi; e intanto sulla tavola incombeva un tetro silenzio interrotto da ammonimenti: «Prima mangia, parlerai dopo»; «più presto, più presto!» oppure: «guarda, io ho già finito da un pezzo». Non era permesso rosicchiare le ossa, ma Tu lo facevi. L’aceto non si doveva assaggiare, ma a Te era consentito. La cosa più importante era di tagliare il pane diritto; ma che poi Tu lo facessi con un coltello sporco di sugo era indifferente. Bisognava badare di non lasciar cadere briciole sul pavimento, ma sotto la Tua sedia ce n’era un’infinità. A tavola si doveva badare solo a nutrirsi, Tu invece Ti tagliavi e Ti pulivi le unghie, temperavi matite. Ti frugavi nelle orecchie con uno stuzzicadenti. Ti prego, papà, cerca di capirmi: per me sarebbero state tutte cosette insignificanti, ma diventavano opprimenti per il fatto che Tu, l’uomo per me così autorevole, non Ti attenevi ai precetti che mi imponevi. Perciò il mondo era diviso per me in tre parti: nell’una vivevo schiavo, sottoposto a leggi inventate solo per me e alle quali io, non so per quali ragioni, non sapevo pienamente assoggettarmi; nella seconda, infinitamente lontano dalla mia, vivevi Tu, partecipe al governo, occupato a dare ordini e a irritarTi quando non erano obbediti; e infine c’era un terzo mondo dove la gente viveva felice e libera da comandi e obbedienze. Io vivevo sempre nella vergogna, sia che eseguissi i Tuoi ordini, e ciò era un’onta perché valevano per me solo, sia che mi ribellassi – perché come osavo oppormi a Te? – sia che non mi fosse possibile obbedirTi perché non avevo, mettiamo, né la Tua forza né il Tuo appetito né la Tua abilità, benché Tu le pretendessi da me come qualcosa di ovvio; questo, naturalmente, era la vergogna più grande. In tal modo si eccitavano non le riflessioni ma i sentimenti del bambino.

La mia condizione di allora si fa forse più chiara se la confronto con quella di Felix. Tu lo tratti suppergiù allo stesso modo, anzi gli applichi un mezzo d’educazione terribile. Quando, a Tuo parere, a tavola si comporta in modo poco decente Tu non T’accontenti di dirgli, come facevi a suo tempo con me: «Sei un gran maiale», ma aggiungi: «un vero Hermann» o «tutto come tuo padre». Forse – più di «forse» non si può dire – questo non offende particolarmente Felix, giacché per lui Tu sei soltanto un nonno, benché molto importante, e non sei tutto, com’eri per me; inoltre Felix ha un carattere tranquillo, si potrebbe dire già virile, che magari si lascia sbalordire da una voce tonante, ma non ne resta durevolmente impressionato; e soprattutto passa relativamente poco del suo tempo con Te, subisce altri influssi, Ti considera come qualcosa di strano e di affettuoso da cui può scegliere quello che vuole. Per me invece Tu non avevi nulla di bizzarro, non potevo scegliere, dovevo prenderTi in blocco.

E questo senza argomenti contrari, perché a Te è costituzionalmente impossibile discutere di una cosa che non approvi o che semplicemente non parte da Te; il Tuo temperamento dominatore non lo consente. In questi ultimi anni Tu invochi a Tua giustificazione la nevrosi cardiaca; a me non pare che Tu sia mai stato diverso, tutt’al più la nevrosi cardiaca Ti serve come mezzo per esercitare più duramente la Tua prepotenza; e certo il solo pensarvi deve soffocare nell’interlocutore l’ultima replica. Naturalmente questo non è un rimprovero, è solo la constatazione di un fatto. Di Ottla, per esempio, Tu sei solito dire: «Con lei non si può parlare, ti salta subito agli occhi»; ma in realtà non è mai lei quella che salta. Tu scambi la cosa con la persona; la cosa Ti salta agli occhi e Tu la decidi subito senza ascoltare la persona: gli argomenti che essa esporrà ancora potranno soltanto irritarTi, mai convincerTi. E allora dirai soltanto: «Fai ciò che vuoi; io ti lascio libera; sei maggiorenne; non ho consigli da darti». E tutto questo nell’orribile tono rauco della collera e della condanna assoluta, che ora mi fa tremare meno di quand’ero piccolo, solo perché l’esclusivo senso di colpa del bambino è in parte sostituito dalla scoperta dell’impotenza di tutti e due.

L’impossibilità di tranquilli scambi di idee ebbe un’altra conseguenza, in fondo assai naturale: io disimparai a parlare. In nessun caso sarei diventato un grande oratore, ma avrei saputo servirmi con facilità del comune linguaggio umano. Sin dal principio mi vietasti la parola; la Tua minaccia «non una sillaba di protesta!» e la mano alzata m’accompagnano da anni e anni. Davanti a Te – Tu sei, sui temi che T’interessano, un eccellente conversatore – io mi mettevo a parlare con impuntature e balbettii, ma per Te era ancora troppo; alla fine tacevo, prima forse per orgoglio, poi perché al Tuo cospetto non riuscivo né a pensare né a parlare. E poiché Tu fosti il mio unico educatore, ciò influì su tutta la mia vita. È un errore singolare la Tua convinzione che io non mi sia mai sottomesso a Te. «Sempre contraddire» non è davvero mai stato il mio motto nei Tuoi confronti, come Tu credi e mi rimproveri. Anzi: se Ti avessi obbedito meno Tu saresti certo molto più contento di me. Invece tutti i Tuoi provvedimenti educativi hanno colto nel segno; non ho mai eluso la presa; così come sono, rappresento (a prescindere, s’intende, dalle fondamentali disposizioni e dall’influsso della vita) il risultato della Tua educazione e della mia docilità. Che questo risultato nonostante tutto Ti sia sgradito, anzi, che Tu Ti rifiuti inconsciamente di riconoscerlo come il prodotto della Tua educazione, dipende dal fatto che Tu in quanto mano che forgia e io in quanto materiale da forgiare eravamo tanto estranei l’uno all’altro. Tu dicevi: «Non una parola di protesta» e con ciò volevi ridurre al silenzio le forze d’opposizione in me che Ti erano sgradevoli; ma questo intervento era troppo forte, per me, e io ero troppo ubbidiente; ammutolivo del tutto, mi rannicchiavo lontano da Te e osavo muovermi soltanto quando il Tuo potere, almeno direttamente, non mi raggiungeva più. Ma Tu Ti ergevi davanti a me, e tutto Ti sembrava ribellione, mentre era soltanto la conseguenza naturale della Tua forza e della mia debolezza.

I Tuoi mezzi verbali d’educazione, efficacissimi e, almeno con me, mai falliti, erano: ingiurie, minacce, ironia, risate sarcastiche e – strano a dirsi – autocommiserazione.

Non ricordo che Tu mi abbia mai insultato direttamente e con autentici improperi. Del resto non era necessario. Avevi tanti altri mezzi, e nella conversazione in casa e ancor di più in negozio le contumelie volavano e s’accavallavano così numerose che io, ragazzino, n’ero quasi intontito e non avevo ragione di non riferirle anche a me stesso, perché le persone che Tu insultavi non erano certo peggiori di me e Tu non eri certo meno scontento di me che di loro. Ed ecco anche qui la Tua misteriosa innocenza e inattaccabilità, Tu inveivi senza farTi alcuno scrupolo, mentre negli altri condannavi le invettive e le proibivi.

Rafforzavi le ingiurie con minacce, e questo concerneva anche me. Era terribile, per esempio, sentirTi dire: «Ti sbrano come un pesce» benché io sapessi che non seguiva nulla di grave (quand’ero piccino però non lo sapevo); ma in fondo corrispondeva al mio concetto della Tua potenza il crederTi capace anche di ciò. Avevo paura di Te anche quando correvi gridando intorno al tavolo per acchiapparmi; evidentemente non avevi nessuna intenzione di prendermi, ma lo fingevi lo stesso, e alla fine la mamma apparentemente mi salvava. Al bambino sembrava di aver avuto anche questa volta la vita salva per grazia Tua, e la portava seco come un regalo immeritato. Qui rientrano anche le minacce per le conseguenze della disubbidienza. Se io mi mettevo a fare qualcosa che non Ti piaceva, e Tu mi predicevi l’insuccesso, il rispetto della Tua opinione era tale che l’insuccesso, sia pure rinviato, era però inevitabile. Perdevo così la fiducia nelle mie azioni. Ero incostante, dubbioso. Quanto più crescevo, tanto più vasto era il materiale che potevi produrre a riprova della mia pochezza; a poco a poco, in un certo senso finivi per aver ragione. Di nuovo mi guardo dal sostenere che divenni così soltanto per colpa Tua; Tu rafforzasti solo ciò che già c’era, ma lo rafforzasti molto, appunto perché in confronto a me eri assai forte e vi impiegavi tutte le Tue forze.

In fatto d’educazione Tu avevi una speciale fiducia nell’ironia, che concordava meglio di tutto con la Tua superiorità su di me. Un Tuo rimprovero di solito prendeva questa forma: «Non puoi fare così e così? Ti costa troppa fatica? Naturalmente ci vuol troppo tempo…» e simili. Ogni domanda era accompagnata da un sorriso cattivo e da un volto duro. Ero, in certo qual modo, già punito prima di sapere che avevo fatto qualcosa di male. Esasperanti erano anche le osservazioni fatte in terza persona, senza neanche degnarmi del rimprovero diretto, per cui ad esempio dicevi alla mamma, ma in realtà parlando a me che ero lì presente: «Dal signor figlio questo non si può certo pretendere!» e simili. (La contropartita fu che io non osavo – e finii per abitudine col non pensarci neanche più – interrogarTi direttamente quando la mamma era presente. Era molto meno pericoloso per il bambino chiedere alla mamma che era accanto a Te: «Come sta il babbo?» e garantirsi così dalle sorprese.) Certo v’erano casi in cui si approvava anche l’ironia più feroce, e cioè quando colpiva un altro, per esempio Elli con la quale io fui per anni in pessimi rapporti. Era per me una festa di cattiveria e di malignità sentirTi dire quasi ad ogni pasto: «Dieci metri lontano dal tavolo ha da sedere la cicciona!» e vedere come la scimmiottavi senz’ombra di bonarietà e di umorismo, bensì come un acerbo nemico, per farle vedere come Ti urtava. Per quanto frequentemente si ripetessero questa e simili scene, ne ricavasti in verità ben scarsi risultati. Probabilmente perché i Tuoi scoppi di collera e di malevolenza non stavano nel giusto rapporto con la causa; si aveva l’impressione che l’ira non fosse prodotta da una ragione futile, come il fatto che Elli sedesse discosta dalla tavola, ma che la carica fosse già pronta, e avesse preso, a caso, quel pretesto per esplodere. Convinti che un pretesto si sarebbe trovato comunque, non ci davamo molta pena per evitarlo, e si faceva il callo alla continua minaccia; di non essere picchiati ci sentimmo coll’andar del tempo quasi sicuri. Diventai così un bambino immusonito, disattento, niente affatto docile, con la mente pronta alla fuga, ma una fuga quasi sempre interiore. Così soffrivi Tu e soffrivamo noi.”

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